Documentazione strage di Gioia Tauro: cinque morti sospette.
Quei cinque giovani anarchici avevano capito tutto della strage di Gioia Tauro (sei morti e 54 feriti) e, molto probabilmente, proprio per questo vennero uccisi.
La storia comincia il 22 luglio del 1970 quando, all’inizio della rivolta del “Boia chi molla” di Reggio Calabria - meno di un anno dopo la strage di piazza Fontana - un treno deraglia in prossimità della stazione di Gioia Tauro. Le indagini attribuiscono in gran fretta quel deragliamento ad un incidente ferroviario.
Un gruppo di anarchici, Gianni Aricò, Angelo Casile, Franco Scordo, Luigi Lo Celso e Annalise Borth, età media 22 anni, comincia ad indagare. E scopre che dietro la strage ci sarebbero alcuni elementi della destra neofascista, impegnati da otto giorni nella rivolta popolare scatenatasi a Reggio Calabria contro la decisione di assegnare a Catanzaro il capoluogo regionale. E’ la rivolta dei “boia chi molla”, cavalcata dall’estremismo di destra reggino e capeggiata dal senatore del MSI, Ciccio Franco.
In una sera del 26 settembre del 1970, poco più di due mesi dopo l’attentato, i cinque anarchici stanno viaggiando alla volta di Roma a bordo di una Mini Minor carica di documenti, frutto di quella loro controinchiesta. Li attendeva nella capitale l’avvocato Edoardo Di Giovanni, uno che di controinformazione se ne intendeva, essendo stato tra i curatori del libro La strage di Stato, la storica controinchiesta sull’attentato di Milano.
Sono da poco passate le 23, lungo la strada rettilinea che attraversa Ferentino, in provincia di Frosinone, quando la Mini Minor si schianta contro la parte posteriore di un autotreno carico di barattoli di conserva. Casile, Scordo e Lo Celso - seduti nel sedile posteriore - muoiono sul colpo. Aricò, che si trovava alla guida, ventiquattro ore dopo. Sua moglie Annalise Borth, diciannovenne tedesca di Amburgo, alla fine di un’agonia durata venti giorni.
Il caso viene archiviato nel gennaio del 1971. Una disgrazia, dicono i giudici di Frosinone, causata da un mix tra alta velocità e giovane età.
Oggi - a più di trent’anni di distanza - il capo della direzione antimafia calabrese, Salvo Boemi, ritiene “logica e plausibile” l’ipotesi che anche l’incidente in cui morirono i cinque anarchici fosse stato, al pari di quello di Gioia Tauro, una strage, un massacro organizzato per coprirne un altro.
Per 23 anni sia Gioia Tauro, sia Ferentino vengono archiviati come incidenti.
Ha scritto Giovanni Maria Bellu sul quotidiano La Repubblica:
“Nel 1993, durante l’inchiesta milanese sull’eversione nera, due esponenti della ‘ndrangheta, Giacomo Lauro e Carmine Dominici, raccontano al giudice istruttore Guido Salvini l’alleanza tra criminalità tradizionale calabrese e neofascisti negli anni ‘70. E rivelano che il deragliamento dei vagoni di coda della Freccia del Sud era stato provocato da una carica di esplosivo sistemata sui binari. Fanno i nomi degli esecutori materiali (tutti nel frattempo deceduti) e, in modo generico, dicono che i mandanti vanno cercati in quegli stessi ambienti dell’estrema destra che, attorno allo slogan, “Boia chi molla”, avevano egemonizzato la rivolta. La notizia della collaborazione di Lauro e Dominici filtra e, il 26 marzo del 1994, si presenta spontaneamente al giudice Salvini il professor Antonio Perna,
docente di sociologia economica al’Università di Messina e cugino di Gianni Aricò. Perna parla della controinchiesta condotta dai cinque anarchici, finalmente può esprimere davanti a un magistrato una convinzione che, tra i familiari, ha la forza di una certezza: Gianni, la moglie Annalise e gli altri tre compagni furono uccisi proprio perché avevano capito immediatamente quello che i pentiti hanno rivelato solo dopo ventitré anni. Gli atti passano da Milano a Reggio e finiscono nel gigantesco fascicolo della “operazione Olimpia”, la maxi-inchiesta su mafia, politica e massoneria che, divisa in varie tranche, continua a produrre, nel disinteresse generale, ergastoli e condanne pesantissime per boss, faccendieri, politici. Ora c’è lo strumento tecnico per indagare sull’incidente di Ferentino. Ma dentro una cornice molto piccola: la competenza continua a essere della procura di Frosinone e la Dna calabrese può interessarsi della vicenda solo per verificare se i cinque ragazzi anarchici stavano portando a Roma documenti dai quali risultava che a Gioia Tauro era stato compiuto un attentato. E poiché i familiari dei cinque dicono coralmente che a loro non fu restituito nemmeno un foglio di carta, la magistratura reggina chiede al ministero dell’Interno di verificare se il materiale prelevato dalla Mini Minor dopo l’incidente si trovi in qualche archivio di polizia. La risposta è negativa. In quel momento la competenza della Dna calabrese cessa”.
30 anni dopo quei tragici avvenimenti un giovane scrittore, Fabio Cuzzola, decide di approfondire le storie della strage di Gioia Tauro e di quei cinque giovani anarchici. Scrive un libro. La memoria di molti reggini si rimette in moto. Gli ultimi giorni dei cinque anarchici di Reggio Calabria vengono ricostruiti minuto per minuto. “Abbiamo scoperto cose che faranno tremare l’Italia”, disse Gianni Aricò alla madre pochi giorni prima di morire. E poi quella telefonata giunta alla vigilia del viaggio a Roma al padre di Lo Celso da un amico che lavorava alla polizia politica di Roma: “E’ meglio che non faccia partire tuo figlio”.
Aggiunge ancora La Repubblica:
“La sparizione dei documenti, le stranissime modalità dell’incidente, le testimonianze dei familiari sull’entusiasmo e la paura dei cinque anarchici, il nome ‘Aricò’ annotato sull’agenda dell’avvocato Edoardo Di Giovanni nella lista degli appuntamenti del 27 settembre 1970, alcune dichiarazioni di Carmine Dominici a proposito del fatto che negli ambienti neofascisti reggini si parlava dell’incidente come di un omicidio plurimo: questi e molti altri elementi rendono “logica e plausibile” l’ipotesi che si trattò di un attentato. Di un’altra strage destinata a restare impunita. E non solo per il tanto tempo trascorso.
Dice il procuratore Boemi: “Sono convinto che quei ragazzi avevano trovato dei documenti importanti. Non riesco a spiegarmi altrimenti la scomparsa di tutte le carte che si trovavano sull’automobile. E’ un caso che avrei voluto approfondire, ma non è stato possibile. Ci sono insormontabili problemi di competenza. Riaprire l’inchiesta? L’unica speranza è che, trent’anni dopo, chi sa decida di parlare. Ma, onestamente, non ci credo”.
Da newsletter di Misteri d’Italia, anno 2 - N. 14, 22 aprile 2001
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(non-piter)
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