Il centro dell’ideologia capitalista: il carcere
Il carcere è il problema ineliminabile, perché il problema del crimine, cioè la trasgressione delle norme coercitive (leggi) è un problema fondamentalmente sociale. Per dirla diversamente: finché esisteranno i ricchi e poveri esisterà il furto, finché esisterà il denaro, non ce ne sarà mai abbastanza per tutti, finché esisterà il potere nasceranno sempre i suoi fuorilegge.
Quindi, rovesciando la questione, il carcere è una soluzione statale a problemi statali, è una soluzione capitalista a problemi capitalisti.
Il problema della prigione è sempre stato presente nei movimenti di emancipazione di trasformazione della società, è sempre stato presente negli argomenti della propaganda dominante con la distinzione dei crimini di interesse, cioè quelli legati al denaro, alla necessita di averlo per sopravvivere in questa società, e quelli passionali, che poi sono quelli più sventolati dalla propaganda di dominio per giustificare il carcere stesso. Ma anche questi, come gli stupri che offendono la coscienza di ciascuno, anche questi crimini se li guardiamo più attentamente, sono profondamente legati alla società in cui viviamo, nel senso che sono il prodotto della miseria affettiva, compresa quella sessuale, dell’assenza di rapporti appaganti nella vita quotidiana, dalla miseria dei rapporti umani in generale che sono il prodotto di quella tensione, di quello stress, di quella rabbia, che ritornano, proprio come un ospite indesiderato, sotto forma di tic nervosi, sotto forma di presenza inconscia di violenza stupida e gregaria, di solitudine e incapacità di esistere empaticamente (addirittura portandoci a stare di fronte alla tv “non avendo di meglio da fare”).
La repressione di cui il carcere è l’espressione più radicale non va confusa soltanto con quegli edifici che fisicamente rinchiudono determinati uomini e donne, ma le prigioni non sono nient’altro che il concentrato di questa società, dei suoi spazi, dei suoi tempi, del suo lavoro, delle sue concezioniistituzionali, urbanistiche e morali.
Il problema del castigo, la prova della repressione preventiva che immobilizza a priori, nell’incapacità di immaginare una vita più vivida e vivibile, diversa: non avendo un’alternativa la propaganda dominante usa senza fronzoli, per farci accettare la realtà, del becero realismo opportunista: non esiste nient’altro.
Niente di più sbagliato. Quale salto avremmo compiuto dagli esseri unicellulari ad oggi? Se per risolvere i conflitti si adopera il conflitto stesso? Se c’è chi accumula e chi a stento ha le possibilità minime d’esistenza? Questa sarebbe la realtà da accettare? Se del buono c’è tutto quello che non è ancora inquinato dalla breccia dell’imperante economicismo e tornaconto personale, che ha distrutto relazioni sociali, stili di vita, la consuetudinaria capacità socializzante dell’uomo, quel buono che c’è ha basi antiutilitaristiche.
Il consenso forzato per quella pace sociale su cui si fonda l’ordine presente delle cose, intende per pace sociale non la convivenza pacifica delle persone ma tra sfruttatori e sfruttati, dominatori e dominati, tra dirigenti e esecutori, con il contributo di tutte quelle istituzioni (siano esse il lavoro, la famiglia, la scuola, il sistema dei mezzi di comunicazione…) che rendono impossibile un pensiero critico schiacciandolo con l’isolamento sociale, un pensiero imprigionato d’interessi bancario-imprenditorial-clericali.
Tutto quindi procede per consenso in negativo, cioè per non-dissenso, non certo per approvazione…
Distruggere il carcere significa distruggere le condizioni che lo rendono necessario. La vera utopia è quella borghese di pensare che possa esistere il denaro senza il furto, il potere senza le rivolte, la colonizzazione senza resistenza.
(non non-peter)
Postato in: articoli | Contrassegnato da tag: carcere, indulto